Giovanni Pascoli fotografo

La rivoluzione fotografica della fine dell’Ottocento

Negli archivi, tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi anni del Novecento osserviamo una trasformazione repentina e molto interessante per ciò che attiene i documenti fotografici. Fino a quel momento soltanto alcuni grandi fotografi erano, talvolta, usciti dai loro studi per andare a fotografare all’esterno: esemplari di queste immagini sono rintracciabili però solo negli archivi dei fotografi, mentre non si trovano negli archivi familiari. In questi ultimi abbiamo, fino a quel momento, moltissime fotografie di membri della famiglia fatte in studio, scattate da professionisti, oppure immagini di personaggi famosi, che venivano acquistate sempre negli studi fotografici.

Improvvisamente, negli ultimi anni dell’Ottocento, anche negli archivi privati compaiono piccoli sviluppi, spesso molto sbiaditi, scattati da persone che evidentemente non avevano grande dimestichezza con la macchina fotografica: non sono immagini perfette, qualcuno rimane fuori del frame, talvolta il sole batte direttamente sull’obbiettivo. Sono istantanee, le persone spesso non sono in posa. Questo tipo di fotografia fiorisce improvvisamente alla fine dell’Ottocento perché l’americano George Eastman inventa una macchina fotografica straordinaria che semplifica enormemente le operazioni necessarie per scattare e che non fissa più l’immagine sulla lastra di vetro ma sul rullino. La pubblicità della Kodak diceva: “The Kodak camera: you press the button, we do the rest. The only camera that anybody can use without instructions…”.

Così, improvvisamente, si diffonde in tutti i paesi occidentali l’abitudine a scattare fotografie in famiglia e all’aperto, perché all’aperto c’erano meno problemi di illuminazione rispetto alle foto di interni. Naturalmente non dobbiamo pensare ad una situazione comparabile con il presente, il procedimento era abbastanza costoso e il numero di queste immagini “casalinghe” non è sterminato. Però la differenza rispetto a solo pochi anni prima è impressionante: un intero mondo appare per la prima volta nelle immagini.

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Il percorso “Giovanni Pascoli fotografo” è stata redatto da Giovanni Contini nel gennaio 2014.

Le foto nell’archivio Pascoli

Nell’archivio Pascoli, accanto a molte foto tradizionali scattate in studio (foto delle sorelle e del poeta ritratti in varie fasi della loro vita, del poeta con paludamenti accademici, di parenti e amici, ecc.), ci sono anche numerose immagini fotografiche del tipo sopra descritto, scattate e sviluppate dal poeta stesso. Sappiamo che Pascoli possedeva una macchina fotografica Kodak, che ancora si conserva nella casa di Castelvecchio: era un modello del 1895 (il primo modello della Kodak a rullino è della fine degli anni Ottanta dell’Ottocento) che fu regalata al Poeta dai fratelli Orvieto, insieme a un bastone da passeggio lavorato e a una pipa, per ringraziarlo della sua collaborazione a “Il Marzocco”.

Evidentemente Pascoli, nonostante il suo rifiuto della società industriale, era sensibile agli oggetti della modernità, e certamente rimase affascinato da questo nuovo mezzo espressivo. In qualche modo, la foto rappresentava anche una sorta di un gioco di società del periodo: utilizzare questo nuovo mezzo di riproduzione consentiva di immortalare momenti ludici, passeggiate, visite di persone particolarmente gradite. E non si trattava solo di scattare foto ma anche di svilupparle.

Alcune di queste foto sono montate su un passepartout con una iscrizione latina significativa: Opus aetherii solis et Iani Nemorini, “opera dell’etereo sole e di Giovanni Pascoli” (con una latinizzazione del nome del poeta). Dal momento che in alcune di queste fotografie compare anche il poeta, è evidente che non sempre è lui l’autore dello scatto. In questi casi, possiamo ipotizzare che le fotografie siano state sviluppate da Pascoli, come se il momento dello scatto non fosse ancora stato riconosciuto come quello più importante nell’opera creativa del fotografo ma venisse considerato come una semplice azione meccanica, la mera pressione del dito sul pulsante.

A questo proposito va ricordato come, allora, lo sviluppo della fotografia non fosse affatto facile e sappiamo che con lo sviluppo Pascoli ebbe non pochi problemi, tanto da scrivere, per avere consigli in materia, a Michele Bertagna, giovane fisico che abitava a Barga. Proprio a Barga – che sembra essere stata, in quel momento, un paese molto cosmopolita – Bertagna aveva conosciuto un altro fisico, il francese Gabriel Lippman (che fu poi insignito del premio Nobel), il quale aveva inventato un procedimento per fotografare a colori. Lo stesso Bertagna, nel 1905, inventò poi un suo procedimento per la stampa a colori e in casa Pascoli, nello studio dietro la grande scrivania, è appesa al muro una piccola fotografia a colori del poeta, fatta dallo stesso Bertagna.

Dunque Bertagna conosce (non a Parigi: a Barga!) Lippman, impara e migliora il procedimento per lo sviluppo a colori, ed è in contatto con Pascoli, che forse coltiva questa amicizia anche per la competenza di Bertagna nei procedimenti di stampa fotografica.

Così scrive Pascoli a Bertagna nel dicembre del 1900: “Carissimo, quel Mordini (una foto scattata da Bertagna all’anziano uomo politico risorgimentale barghigiano) sembra un’incisione di Morgan: come fa? La ringrazio delle pellicole e delle bellissime riproduzioni, per me sono bellissime. La prego di mandarmi istruzioni semplici sul modo di sviluppare le pellicole. Le nostre riescono troppo, per così dire, scarnificate, non hanno quella opacità che le fa parere a certa luce al tutto nere”. Chiede anche come stampare le foto “come le stampa lei, che paiono delle vere e proprie incisioni”. Si ricorda che nel processo di sviluppo artigianale delle fotografie gli acidi che vengono utilizzati, la loro miscelazione, il tempo di esposizione agli acidi, sono tutte componenti fondamentali per ottenere un buon risultato. Le parole “opacità” “scarnificate” probabilmente indicano che le fotografie sviluppate da Pascoli appaiono, a lui stesso, troppo “bianche”, poco incise.

La lettera testimonia quindi che Pascoli stava facendo degli esperimenti di sviluppo fotografico: del resto, sappiamo che dopo aver ricevuto in regalo la macchina fotografica Kodak (“il Kodak”, come lo chiamava lui) aveva chiesto, non direttamente agli Orvieto ma ai loro intermediari, che gli mandassero anche gli strumenti necessari per lo sviluppo.

Nell’archivio troviamo anche fotografie fatte da amici (come Caselli): nel gioco di società indotto dal nuovo mezzo le persone si fotografavano reciprocamente e poi si scambiavano le immagini, le impressioni, i consigli. Sulle immagini troviamo elementi che ci permettono di risalire a chi le aveva scattate e, forse, sviluppate. Nel caso di Pascoli, come abbiamo detto, compare la dicitura Opus aetherii solis et Iani Nemorini; nel caso di Caselli, il suo nome e poi la scritta “riproduzione vietata”.

Questo tipo di foto sono spesso estremamente sbiadite, per essere apprezzate occorre un lavoro di correzione che ripristini il contrasto. Un tempo quest’operazione si faceva rifotografando le albumine scolorite utilizzando pellicole molto “dure”, capaci di far emergere i contrasti. Oggi, con il digitale, questa operazione la possiamo fare molto più facilmente.

Nella galleria fotografica possiamo vedere alcune di queste foto: in una è ritratta Maria, la sorella di Pascoli, con due caprette che avrebbero dovuto fornire il latte per la figlia di Ida, la sorella che aveva lasciato il “nido” sposandosi e che doveva venire in vacanza a Castelvecchio.

In un’altra immagine vi vediamo, insieme ad altre donne, Maria e Gulì (il cane di Pascoli); sotto, la scritta: “fotografia fatta da noi”.

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Momenti di vita a Castelvecchio

Molte foto, pur non avendo didascalie, sono riferibili a Caprona e a Castelvecchio, con la casa, i campi, le passeggiate nei dintorni: esse ci mostrano un Pascoli sempre molto sorridente, allegro, conviviale, spesso in compagnia di visitatori amici.

Lo vediamo nella foto che rappresenta Giacomo Puccini con il suo librettista Guelfo Civinini sull’altana di Casa Pascoli. Sul retro si legge: “Puccini e Guelfo Civinini sull’altana. Istantanea presa da Giovannino nel 1910”.

Uno dei personaggi più interessanti e più fotografati di Castelvecchio è sicuramente il famoso “Zi’ Meo”, che per Pascoli era una fonte importantissima di informazioni e di ispirazione. Una foto ritrae Meo mentre sta cantando, con il tipico atteggiamento del cantore popolare che porge la sua canzone; in un’altra lo si vede, fotografato dal poeta, con sullo sfondo un campo di grano: di nuovo la tipica foto del dilettante, con la faccia che resta in ombra, ma il personaggio è ritratto nel suo ambiente.

Alcune foto ci mostrano un Pascoli con interessi documentari di tipo etnografico, un interesse che di solito si riscontra in epoca più tarda, a partire dagli anni Venti del Novecento, mentre all’inizio del secolo è più raro.

Si tratta, quasi sempre, di istantanee scattate a Castelvecchio, che, pur nella loro imperfezione tecnica, riescono a trasmetterci un’impressione molto forte, quasi di immagine in movimento.

Esse testimoniano soprattutto i lavori agricoli, come la ramatura delle viti, la trebbiatura, l’aratura, la mietitura, una contadina che porta la “vassoia” sulla testa (anche qui, se osserviamo lo sfondo, ci accorgiamo che è stata scattata nello stesso giorno delle foto della mietitura e della trebbiatura, di nuovo si tratta di una sequenza).

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Istantanee di famiglia e foto sequenze

Molte sono le foto di Mariù, la sorella che visse con Pascoli per tutta la vita. Foto di di Maria da giovane, di Maria con la sorella Ida, di Maria fotografata a Castelvecchio, spesso vicino al fratello o nello stesso punto dove un attimo più tardi sarebbe stato ritratto anche il poeta, come quando viene fotografata accanto ad un albero che apparirà anche in un’immagine di Pascoli che imbraccia l’“hammerless gun” (“Un hammerless! Sapete?/ che non ha cani: a triplice chiusura…”).

Un membro molto importante della famiglia Pascoli, e quindi molto presente nelle foto, è Gulì, forse il cane più fotografato negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento!

Osservando i particolari più minuti del paesaggio e dei soggetti (a partire dai loro vestiti) ci rendiamo conto che, in alcuni casi, le foto sono state scattate nell’arco di poco tempo, in qualche caso addirittura di pochi minuti. Si tratta di vere e proprie sequenze che ci fanno pensare a giornate particolari, ma rare, dedicate agli scatti fotografici. Pascoli era un fotografo estemporaneo e la fotografia non era un’attività costante. E’ interessante sapere che scattava fotografie, ma quell’attività era marginale nella sua vita e nella sua attività creativa. In un certo senso è più interessante scoprire che anche Pascoli scattava fotografie perché questo ci dà un’idea di quanto il nuovo mezzo fosse pervasivo e diffuso.

Nell’archivio possiamo rintracciare alcune di queste sequenze: come le foto che ritraggono Ugo Brilli, Mariù e Pascoli nel corso di una passeggiata (la giornata è evidentemente la stessa), oppure quelle scattate sul balcone della casa di Messina.

Altre foto in sequenza sono quella del piccolo Valentino (Valente Arrighi) prima da solo, quindi ritratto con sua madre, Chiara Mazzari mentre questa sta cantando, (e sulla foto leggiamo: “La gentil cantatrice di Caproni. Mariù in estasi ascolta il dolce canto”) e, infine, quella degli altri due figli di Giovanni Arrighi, ritratti sempre nel giardino prospiciente casa Pascoli.

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Le foto: uno sguardo fuori dalla casa

Cosa dire, a questo punto, delle fotografie Pascoli? Sicuramente, le diverse sequenze di scatti effettuati direttamente dal poeta o da Mariù, o da qualche amico che li accompagnava, ci permettono di gettare un occhio sulla vita a Caprona fuori dalla casa, sugli esterni.

A Caprona l’interno della casa è rimasto, per volontà (o artificio?) di Maria in una condizione di animazione sospesa, fermato al momento della morte del poeta. La casa costituisce dunque un documento interessante, indipendentemente dal fatto che si tratti della casa di Pascoli: è ormai un raro reperto, direi archeologico, che ci mostra lo spazio nel quale si svolgeva la vita della borghesia intellettuale di fine Ottocento; quasi non esistono casi analoghi. Entrare in questa “casa museo”, anche per chi non sapesse che si tratta di casa Pascoli, significa fare un’esperienza che diventa sempre più interessante man mano che ci allontaniamo da quel modo di vivere, da quelle forme della quotidianità, da quel tipo di arredo in cucina o nel salotto sovraccarico di ninnoli, da quella decorazione totale delle pareti, completamente coperte da quadri ed altri oggetti, come se avesse operato una sorta di horror vacui…

Le fotografie di Pascoli possono rappresentare, rispetto alla casa/museo, il fuori che completa quel dentro. Acquistano particolare significato proprio perché sono foto fatte attorno a casa Pascoli. Sono la musealizzazione di quanto ormai non esiste più, il giardino e soprattutto la campagna, i suoi abitanti, le loro attività, la vita quotidiana.

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